03 febbraio 2017

Ordinaria amministrazione.

Finita, chiusa senza troppi scoppi: la sessione invernale di mercato per quanto riguarda la Sampdoria è stata più chirurgica delle tante chiacchere che si sono sentite durante il mese di gennaio. Un mercato che ha contraddetto le parole del presidente Ferrero Non partirà nessuno», ma qualcuno se n'è andato...), ma che può lasciare mediamente soddisfatti.

Bartosz Bereszynski, 24 anni, neo-arrivo doriano dal Legia Varsavia.

MOVIMENTI IN ENTRATA: voto 7
Dobbiamo partire dalla consapevolezza che il mercato invernale solitamente regala dolori e non gioie, specie se la tua posizione di classifica non è in zona europea. Basta vedere il caso Atalanta, che è riuscita a trattenere El Papu Gomez, ma ha ceduto a peso d'oro Gagliardini all'Inter e ha lasciato che Juve e Roma prenotassero Caldara e Kessié.
I movimenti in entrata sono serviti a sistemare alcune situazioni dei giovani e a garantirsi un futuro. In questo senso, l'arrivo di Lorenco Simic dal Hajduk Spalato sembra lo stesso destino subito da Milan Skriniar: garantire sei mesi al classe '96 per farlo ambientare a Bogliasco e alla Serie A, magari schierandolo di più dalla prossima stagione.
Non solo: è arrivato anche Bartosz Bereszynski, che avrà bisogno di tempo e di tanto lavoro sulla dinamica del pallone, ma che in situazioni statiche sembra insuperabile. Giampaolo dovrà prendersi quest'impegno, ma con Linetty è andata bene: cerchiamo di esser fiduciosi.
Il movimento di rilievo è stato quello di Filip Djuricic, diventato tutto della Samp: dopo tanto girovagare, il serbo ha trovato una sua continuità a Genova, nonostante non sia titolare e abbia accumulato solo nove presenze (100' in A!), brillando soprattutto in Coppa Italia. Starà a Giampaolo valorizzarlo nella seconda parte di stagione. Destinato a tornare al Benfica già in estate, è stata una bella notizia, visto che il classe '92 potrebbe essere una plusvalenza clamorosa.
A questo, si aggiunge infine l'acquisto di Valerio Verre: giocatore interessante e di buon potenziale, italiano ed ex vivaio Roma, Verre è una delle poche note positive della clamorosa stagione (in senso negativo) del Pescara. Pagato quattro milioni di euro, rimarrà in Abruzzo fino a fine 2016-17, ma per la Samp è un'ottima notizia, visto gli interessamenti per Linetty.

Luca Cigarini, 30 anni, alla fine non ha lasciato Genova.

MOVIMENTI IN USCITA: voto 6-
La Samp ha trattenuto Torreira nonostante la querelle rinnovo, ma alla fine resistere a determinate sirene è stato produttivo a metà. Per farlo, la società blucerchiata ha perso concentrazione per le tante questioni in uscita. A cominciare dai tanti esoneri che c'erano da compiere e che invece sono rimasti nella Genova doriana (con la situazione Carbonero a fare eccezione: la parabola del colombiano alla Samp è un rimpianto, giusta la separazione).
Se escludiamo la partenza di Eramo per Benevento (praticamente a zero), il passaggio di Tozzo a Matera e Krajnc liberato per il Frosinone, la Samp ha fallito miseramente in questo comparto: Álvarez ha rifiutato il Celta, che avrebbe permesso un'improvvisa e redditizia cessione; Dodô è ancora a Genova, non si sa bene perché, visto il suo rendimento deficitario e la poca fiducia di Giampaolo per il brasiliano.
A loro, si aggiungono le situazioni di Ante Budimir e Luca Cigarini: il croato è stato un acquisto sbagliato, arrivato sotto Montella e non abituato a giocare in un attacco a due. Il ritorno a Crotone gli avrebbe fatto bene, ma non si è concretizzato; il regista, invece, è stato accostato a tante squadre, ma è rimasto per paura di perdere Torreira. E ora i tre milioni di euro spesi in estate non torneranno mai più.
C'è qualcosa da salvaguardare. La prima è la fine del rapporto con Antonio Cassano, trattato come una pezza da piedi dopo aver spremuto tutta l'acqua - a livello di credibilità e di campo - rimasta. Una figura barbina, ma chiusa. Sulla cessione di Pedro Pereira al Benfica, invece, vado controcorrente: passato il treno dei dieci milioni di euro offerti dal Leicester nel gennaio 2016, l'affare con i portoghesi - 2,5 milioni più Djuricic - è positivo.

Massimo Ferrero, 61 anni, si deve preparare per l'estate.

A salvare un po' il mercato invernale ci hanno pensato i rinnovi: la Samp ha evitato di avere svincolati nella prossima estate, allungando i contratti di Puggioni e Silvestre fino al giugno 2019, con i due che si sono rivelati colonne importanti per l'esperienza in casa Samp, squadra giovane. A loro, si aggiunge il prolungamento di Quagliarella, sempre fino al 2019, ma apparso un po' in panne negli ultimi mesi.
Sarà importante soprattutto l'estate, dopo che nel 2016 è stata un'occasione per passare alla cassa in maniera più che intelligente. Al 99%, Torreira lascerà con una plusvalenza notevole; si spera che Muriel possa rivitalizzarsi, in modo da partire e far guadagnare altri soldi. In rampa di lancio c'è Patrik Schick, che sta facendo già molto bene durante questa stagione. Per ora ordinaria amministrazione: l'estate attende.

24 gennaio 2017

Correre ai forconi.

Premessa: cosa vi aspettavate da questo campionato? Di fare meglio dell'anno passato, certo. Ma di quanto? Perché vedendo le griglie pre-stagione e la nostra rosa, viene da chiedersi dove avreste collocato la Samp. Leggo di esoneri per Giampaolo - come a ottobre, ma è un'altra storia - e di cambi, ma la domanda è: chi può migliorare questa squadra? La sconfitta di Bergamo e l'ultimo periodo non lasciano spazi d'interpretazione.

Due punti nelle ultime sei gare per la Samp targata Giampaolo.

Come ho già detto più volte negli ultimi mesi, al duello di giugno Giampaolo-Pioli, la mia preferenza sarebbe andata all'attuale allenatore dell'Inter. Dobbiamo però cominciare a entrare nella possibilità che lo stesso Pioli si sia tirato indietro: dopo un anno e mezzo abbastanza positivo alla Lazio, ora sta facendo bene con l'Inter (25 punti da quando è arrivato) e la Samp - questa Samp - sarebbe stata un salto indietro per la sua carriera.
Diverso il discorso per Marco Giampaolo: Genova è una piazza tranquilla. O almeno dovrebbe esserlo, se non fosse che la Samp ha cambiato dieci allenatori nelle ultime sei stagioni (la retrocessione del 2010-11 ha fatto più danni di quanti ne immaginavamo). Tuttavia, lo svizzero ha scelto noi proprio perché l'impressione è che si potesse impostare un determinato progetto, fatto di giovani e pazienza.
Il rendimento dell'ultimo periodo (due punti in sette partite, arrivati da pareggi interni contro Udinese ed Empoli: ouch) è deficitario e a esso va aggiunta la figura barbina di Roma. Ha ragione Giampaolo sull'affermare come il 4-0 finale sia stato troppo severo verso una Samp capace di giocarsela nella prima mezz'ora, ma il punto è che bisognerebbe evitare di crollare ogni volta che si subisce uno o due gol, lasciando mentalmente la gara.
Gli episodi non stanno aiutando. Non ne abbiamo la controprova, ma nelle gare contro Roma, Milan, Napoli e Atalanta sono volati via dei punti che oggi metterebbero la Samp più in alto. E forse con meno pressioni, come nell'ottimo periodo avuto tra ottobre e novembre, quella striscia che ha salvato Giampaolo. La posizione del tecnico non è in bilico, ma certamente verrà rivista.
Colpa di chi? In parte sua, non c'è dubbio. Su 24 partite da allenatore della Sampdoria, Giampaolo non si è mai schiodato dal suo fidato 4-3-1-2: un integralismo incredibile, mai visto in tanti anni di Samp. Neanche Atzori e la difesa a tre erano durati così tanto. Se da una parte va dato l'onere intellettuale delle armi al tecnico blucerchiato, dall'altro c'è da chiedersi se una salvezza quasi conquistata non debba spingere a cercare altre soluzioni.

Paradossalmente la partita più brutta di questo periodo nero.

Ma le colpe di Giampaolo finiscono in un'altra domanda: sicuri che la Samp 2016-17 sia più forte dell'Empoli 2015-16? Se guardiamo la qualità media della rosa e dei panchinari (specie davanti), la risposta sembrerebbe sì. Ma nei ruoli-chiave - centrali, terzino sinistro, mezzala, trequartista - il confronto sembra offensivo per i toscani che l'anno scorso chiusero il campionato al 11° posto con 46 punti (più o meno lo stesso obiettivo della Samp odierna).
Nessuno dei trequartisti utilizzati - Álvarez, Bruno Fernandes, Praet - ha eguagliato la stagione di Saponara. Né Regini, né Pavlovic sono o saranno mai Mario Rui. Tonelli in questa Samp giocherebbe titolare domani mattina su una gamba, nonostante la stagione di Skriniar e Silvestre sia tutt'altro che disprezzabile. E soprattutto Praet finora non è la copia di Zielinski, nonostante le sue premesse fossero migliori di quelle del polacco in Toscana.
Ecco, questo è quello che manca: le riserve dell'Empoli 2015-16 erano Livaja, Krunic, Dioussé, Zambelli, Costa. Magari Pucciarelli non era Muriel, ma i giocatori si adattavano meglio a un certo tipo di gioco. Qui ci sono invece tanti progetti di giocatori che devono maturare e non sappiamo neanche quanti di loro rimarranno a fine anno. Pereira partirà già ora, si cercherà di monetizzare Muriel e poi chissà.
Viene quasi da chiedersi cosa fare a fine anno. Si potrebbe decidere dopo una domanda: «Mister, crede che la rosa sia migliorata dopo il suo lavoro?». Se la risposta di Giampaolo fosse no, allora è giusto separarsi. Ma subentra una seconda questione: lasciare la vecchia strada per quale? Non è che il panorama italiano pulluli di Guardiola.
La scuola nostrana sta rifiorendo con Conte, Sarri, Spalletti, Montella, Di Francesco. Tuttavia, questi sono nomi irraggiungibili. Allora bisognerebbe partire da un allenatore in costruzione: i nomi ci sarebbero - Oddo e De Zerbi, per farne due - ma anche qui si tratta di costruire. Insomma, il problema sono le scelte degli allenatori e dei dirigenti o è la pazienza che è finita dai tifosi dopo sei anni? Correre ai forconi non servirà.

Marco Giampaolo, 49 anni, in una posa che onestamente mi ricorda Jep Gambardella ne "La grande bellezza".

29 dicembre 2016

2017, quando arrivi?

Bello 'sto 2016, vero? No, non è vero. Il 2016 è stata una lunga sofferenza per la Samp, partita da un derby vinto comunque faticando (pur se con tre gol di vantaggio), passato per una salvezza arrivata per demeriti altrui più che per sforzi propri e con un finale incerto, comunque basato su un futuro di prospettiva.

Ma è tutto l'anno che piango su questo blog. E sono stanco, specie con il fatto che i post stanno diventando meno frequenti. Oggi ho voglia di chiudere l'anno pensando a quello che verrà con un filo di ottimismo. Quindi vi lascio con cinque speranze positive per la Samp, che a giudicare dai 23 punti racimolati nel girone d'andata (manca la gara di Napoli) può guardare al futuro con un minimo di positività.

  • Giampaolo ha un piano (integralista, ma ce l'ha)
Dopo un 2016 di misteri, prove e controprove con Montella, la Samp ha una sua identità: magari marcata, a volte integralista, ma c'è. A Marco Giampaolo va dato questo merito: a giugno avrei preferito Pioli, ma una volta scelto l'ex tecnico di Empoli e Ascoli gli dava dato tempo. Ringraziamo la vittoria con l'Inter, perché ora ci godiamo una Samp discontinua, ma che almeno ha un piano di gioco ben delineato.


  • Partirà Muriel? C'è Schick
Si parla tanto del possibile addio di Luis Muriel già a gennaio, sicuramente a fine anno: lui e Torreira saranno probabilmente i due pezzi pregiati che foraggeranno le future campagne acquisti e che lasceranno Genova durante il 2017. Tuttavia, se per Torreira l'erede va trovato (stiamo parlando di trovando un erede a un classe '96: magie del calcio moderno), Muriel il sostituto ce l'ha già. È ceco, ha un gran sinistro e un futuro promettente.




  • La società ha anche osservatori all'estero
Per anni - compreso a più riprese su questo blog - mi sono chiesto: ma la Samp vede ciò che accade all'estero? No, perché si parlava tanto di modello Udinese e poi gli investimento erano SOLO italiani.o rivolti comunque alla Serie A-B. La tendenza è finalmente cambiata quest'estate, con l'arrivo di Linetty, Schick e Praet. Nonostante Osti (attendiamo sempre un d.s. più creativo), c'è da sperare per il futuro.


  • I giocatori esperti stan facendo il loro
Sono ormai pochi, ma i cosiddetti senatori non stanno sfigurando. C'è chi è senatore per età e carriera: Viviano, Silvestre e Quagliarella hanno disputato una buona prima parte di stagione, al netto di giornate no e infortuni. C'è chi è invece senatore per necessità, come Vasco Regini, capitano all'improvviso: rispetto alle macerie lasciate nel 2015-16, va meglio, non c'è alcun dubbio. Su Cigarini e Palombo, c'è poco da dire: il campo non l'han visto e per ora va bene così.

  • Ricavi, ricavi, ricavi
Dicevo quest'estate come il mercato estivo della Samp avesse fruttato un utile netto da quasi 30 milioni: mica male. Ma se venissero ceduti Torreira e Muriel - al netto anche delle partenze di Budimir, Cigarini e Pereira (direzione Benfica) - quanto potrebbe incassare la Samp? E questo tesoretto andrà solo nelle tasche della società o verrà reinvestito tra mercato e programmazione strutturale? Al 2017 l'annosa risposta.



15 novembre 2016

Da ribelle a indiano.


«Ho sbagliato per sbagliare, non perché lo dite voi.
E non mi pento proprio, sono in riserva ormai
Io ci credo in quel che voglio, e forse voglio farmi male
E non mi riconosco in quello che conviene».


Se Antonio Cassano fosse una canzone, non ci sono liriche che potrebbero descrivere la sua vita calcistica meglio di queste. A 34 anni, la sua carriera sembra ai titoli di coda ed è triste dirlo, visto che chiunque l’abbia visto nel suo prime potrà certamente condividere un concetto: Antonio Cassano è stato uno dei più grandi talenti prodotti dall’Italia nel dopo-guerra.

Almeno dal punto di vista tecnico, è difficile trovare una possibile controindicazione a questa visione. Il problema di Cassano è risieduto altrove, nell’incrollabile immagine (e per molto tempo essenza) che l’ha inquadrato come l’esempio paradigmatico del concetto di “genio e sregolatezza”. Un topos narrativo che l’Italia ama molto: altrimenti non avremmo avuto i Beccalossi negli anni ’80 e non si spiegherebbe perché i primi due gol di Balotelli a Nizza abbiano qualche rilevanza.

Ma Cassano è stato diverso: in direzione ostinata e contraria, fedele solo a sé stesso. Tuttavia, anche quest’orientamento ha subito delle evoluzioni in 17 anni di carriera: perché Cassano è comunque cambiato. Magari non in campo (o almeno non così tanto), dove gli piace continuare a vederla a modo suo, con qualche rara eccezione.

Non siamo i soli a porci qualche domanda da sliding doors.

Cassano sembra esser cambiato fuori. Rimane un testardo ai limiti dell’autolesionismo, uno che avrebbe potuto avere un’altra parabola con la metà delle follie combinate in carriera: non si è mai piegato a nulla, se non a una città sul mare che non ha mai smesso di amare. Oggi, però, Cassano sembra un indiano solo nella sua riserva prescelta, un deviato coerente nella sua logica, anarchico a ogni costo, ma con i suoi riferimenti.

Sembra passata una vita dal 2008, quando uscì il suo libro, scritto a quattro mani con il giornalista Pierluigi Pardo: «Se quel Bari-Inter non ci fosse stato, sarei diventato un rapinatore o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di merda. Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare».

Visto che il conto sembra ormai in pari (temporalmente e soprattutto economicamente), abbiamo scelto dieci gol per raccontare uno dei talenti più cristallini e controversi dell’intera storia del nostro calcio.


1. Bari-Inter 2-1, 18 dicembre 1999 – Serie A 1999/2000

Due dettagli vengono alla mente pensando a quella sera. Il primo è quello di Caressa, che in telecronaca ci racconta che «abbiamo visto due grandi gol». Già, perché oltre alla nascita di Cassano, ci sarebbe anche quella di Michael "Hugo" Enyinnaya, compagno di primavera in quel di Bari e autore di un’altra rete-monstre. Poteva essere il primo di tanti successi, invece sarà la one-hit wonder del nigeriano.

Il secondo riguarda la vittima designata del Millennium Bug del calcio italiano. A pochi giorni dall’inizio del nuovo millennio, il giovane numero 18 del Bari segna il suo primo gol da professionista – e che gol! – alla sua squadra del cuore, allenata in quel momento dall’allenatore che meno l’ha apprezzato e che forse ha incarnato di più quei valori di regolarità da cui Cassano è sempre fuggito.


Si intravedono già alcuni colpi, soprattutto il marchio di fabbrica, quel controllo magnetico che sfida le leggi della fisica (lo si nota anche qui e qui). Sembra quasi che Cassano abbia capito meglio degli altri l’andazzo «Chi ben comincia è a metà dell’opera». In questo tipo di gol, il suo stop gli fa guadagnare un tempo sull’avversario, che è già in ritardo quando Cassano è pronto a eseguire il tiro.

Tuttavia, il suo talento grezzo è da svezzare e l’apporto realizzativo è ancora basso (sei gol in un anno e mezzo). Soprattutto il Bari è in una situazione complicata e Cassano vive situazioni contrapposte nello stesso club: da una parte il rapporto padre-figlio con Fascetti, dall’altra la poca intesa con la presidenza Matarrese.

Nella seconda stagione con i Galletti, le ultime partite neanche le gioca perché è già della Roma. Nelle ultime dieci, il Bari ne perde nove e scende in B: l’unico punto è nell’ultima presenza di Cassano col Bari. Per altro, quest’ambiguità di rapporto è perdurata anche negli ultimi anni: persino da svincolato, Cassano non è mai tornato a Bari, nonostante gli applausi per lui al San Nicola non siano mai mancati.

2. Roma-Hellas Verona 3-2, 13 gennaio 2002 – Serie A 2001/02

L’arrivo nella Capitale di Cassano è un terremoto a crescita graduale. Roma accoglie un ragazzo pieno di eccessi, che dovrà inserirsi nella rigida disciplina di Fabio Capello dopo un investimento pesante da parte dei Sensi (50 miliardi più metà del cartellino di Gaetano D’Agostino). Il suo primo anno a Roma è di apprendimento: i giallorossi hanno appena vinto il terzo scudetto con il 3-4-1-2 e ci sono alcune pedine insostituibili.

Nonostante lo aspetti il primo anno di decadimento, non si può panchinare Batistuta dopo il contributo per lo Scudetto dell’anno precedente. Non si può rinunciare nemmeno a Marco Delvecchio, fondamentale per duttilità tattica e capacità di sacrificio. Per non parlare di Francesco Totti, che ormai è conosciuto anche a livello internazionale (5° nella classifica del Pallone d’Oro 2001: miglior risultato personale di sempre).

Così Cassano funge da dodicesimo uomo insieme a un gruppo ristretto di giocatori da alternare ai titolarissimi (Montella, Marcos Assunção, Lima) e si guadagna spazio lungo il corso della stagione. Continua a segnare poco, ma è normale: non è facile mettersi in mostra quando su 30 partite giocate, 23 sono da subentrante.


Il tutto nonostante Cassano inizi a diffondere la sua fama non propriamente benefica (per lui o per gli altri): litigi, comportamenti poco professionali o non conformi all’ambiente, azioni fuori dalle righe. Tutto si comprime in un’unica parola menzionata da Capello, che ha avuto persino il riconoscimento della Treccani: “cassanata s. f. (scherz. iron.) Gesto, comportamento, trovata, tipici del calciatore Antonio Cassano”.

Quando le tue azioni diventano un neologismo, in ogni caso, puoi dire di aver lasciato un segno. C’è anche un gradiente di queste cassanate da 1 a 10: il grado minimo è lasciare il cellulare acceso a tavola nonostante Capello ti abbia detto di non farlo. Un buon 8 sono le corna all’arbitro Rosetti nella finale di Coppa Italia un anno più tardi. Per il 10 – inteso come massima unione di autolesionismo e conseguenze dannose – ci sarà tempo.

3. Roma-Juventus, 1 dicembre 2002 – Serie A 2002/03

Quell’anno deve esser stato utile anche per sviluppare e coltivare la miglior partnership vista nel calcio italiano degli ultimi anni. Totti e Cassano non potrebbero esser più diversi dal punto di vista caratteriale, ma nessuno dei due ha mai negato di essersi divertito con l’altro sul campo. E l’apice di questo codice segreto tra i due, ma visibile a tutti, è il gol alla Juve in una fredda serata del 2002.


Non è calcio, ma telecinesi: è vero che Totti è sempre stato in grado di giocare con un tempo d’anticipo rispetto ai suoi avversari, ma è anche vero che Cassano è stato in grado di parlare la sua stessa lingua, nonostante doti diverse dal punto di vista fisico e tattico.

In diversi momenti della sua carriera, Cassano ha ribadito sempre come Totti sia stato il partner migliore. Il desiderio di giocarci insieme una volta arrivato a Roma, la stima tecnica e umana (Cassano ha vissuto da Totti per un periodo), poi un litigio dovuto alla mancanza di rispetto del giovane barese e infine una sorta di indifferenza perenne, nonostante la guasconeria di Cassano a ogni incontro tra i due.

I percorsi tecnici dei due si intersecano al momento giusto: Totti segna 55 gol tra il 2002 e il 2005, germogliando dentro di sé quelle doti da prima punta letale che poi Spalletti sfrutterà spostandolo nella posizione di falso nueve. Cassano, al contrario, è ancora mobile lungo tutto l’arco del campo: non si piazza ancora sul vertice alto a sinistra dell’area di rigore.

Capaci di giocare simultaneamente da prima e seconda punta, i due diventano una coppia esplosiva. E il gol alla Juve lo dimostra in pieno. Il 2002-03 è una stagione tremenda per la Roma (intrappolata tra equivoci tecnici e risultati altalenanti), ma per Cassano è il trampolino per responsabilità più importanti.

4. Polonia-Italia 3-1, 12 novembre 2003 – Amichevole a Varsavia

A 34 anni e dopo il suo primo Mondiale, possiamo dire che Cassano ha chiuso con la nazionale. Un rapporto mai facile, spesso pieno di ombre e contrasti che non l’hanno portato lontano. Ancora una volta, il rapporto con i rispettivi allenatori è stato fondamentale.

Cassano è in età da U-21 quando esordisce in nazionale maggiore, ma con Gentile le cose non vanno bene. E allora Trapattoni lo chiama per un’amichevole in Polonia: l’Italia perde 3-1, ma l’attaccante della Roma segna il suo primo gol all’esordio assoluto in nazionale. Ed è una gemma esemplificativa del suo repertorio.


Prima e soprattutto dopo quella rete, tanti atteggiamenti e qualche ostracismo hanno impedito a Cassano di fiorire in nazionale, nonostante a un certo punto il bacino di talento si sia incredibilmente ristretto. Del suo bilancio in azzurro (39 presenze e dieci gol), rimane il contributo importante in tre diversi Europei in cui ha avuto altrettanti allenatori (Trapattoni, Donadoni e Prandelli).

Ciò nonostante, il rimpianto Mondiale è rimasto fino al 2014, quando Cassano si è conquistato la convocazione alla sua prima Coppa del Mondo grazie alle magie con il Parma. Forse è stato anche poco sopportato dai suoi compagni di squadra, memori del passato e di alcune uscite mediatiche poco felici.

Nonostante tutte le smentite di rito, Cassano si è probabilmente sentito più malvoluto che amato dal suo paese. Troppo unico per essere capito, troppo bizzarro per esser compreso fino in fondo, troppo bizzoso per esser assecondato a certi livelli. Quel livello nel quale l’attitudine da “soldatino” – da lui tanto rigettata – sarebbe servita.


5. Roma-Juventus 4-0, 8 febbraio 2004 – Serie A 2003/04

Qualche mese più tardi, lo stesso avversario della stagione precedente certifica l’upgrade definitivo di Cassano da promessa a stella. O almeno così sembra. Non c’è dubbio che sia così dal punto di vista tecnico: lo si vede nella cavalcata della Roma fino alla fine del girone d’andata, quando la squadra di Capello domina il campionato prima di perdere lo scontro diretto con il Milan e deragliare per il resto della stagione.

In quella gara Cassano fa quel che vuole. L’intesa con Totti è ai massimi livelli nel 4-4-2 di Capello; lui è cresciuto ancora tecnicamente e fisicamente e la Juve nonostante Lippi non è in grado di tenere il passo delle due duellanti per il titolo. Cassano chiude la gara con un bilancio di un rigore guadagnato e una doppietta.

A colpire, però, è il gol del 4-0. Sembra una rete facilissima – smarcato, solo, con Buffon a rincorrerlo in porta – ma in realtà evidenzia un’altra dote di Cassano: il colpo di testa.


Un punto di forza che l’attaccante ha mostrato in diverse fasi della sua carriera, visto che Cassano ha segnato tanti gol di testa (anche a Madrid, a Genova e a Milano). E non è proprio facile colpire il pallone con quel poco angolo di torsione della testa, stando praticamente fermi sul cross di Mancini. Ci vuole talento anche per questo.


Poi Cassano ci dà la dimostrazione visiva di come “io sono più forte, ve lo faccio vedere e me ne frego”: il 18 giallorosso rompe la bandierina, si prende un giallo gratuito e ha una breve discussione con Collina. Ma soprattutto il 2003-04 è la miglior stagione in A di Cassano dal punto di vista realizzativo (14 gol).

6. Levante-Real Madrid 1-4, 10 settembre 2006 – La Liga 2006/07

Dopo aver messo la firma sul gol più importante di un travagliato 2004/05 (quello che ha salvato la Roma a Bergamo da guai peggiori), Cassano sente la necessità di andar via. La sente anche la società, incapace di gestirlo da quando Capello è andato via. Al suo posto si sono succeduti Rudi Völler, Delneri, Bruno Conti e Spalletti, ma nessuno è riuscito a contenere il suo profilo sempre più ingombrante.

L’accordo con la Roma scade nel giugno del 2006 e la società non vuol offrire una cifra più alta rispetto ai 3,2 milioni già pattuiti. In più, la società decide di togliere a Cassano i gradi di vice-capitano: una scelta che lo fa infuriare e che cancella qualunque possibilità di rinnovo, nonostante nel settembre del 2005 ci fosse stato qualche segnale di speranza.

Così arriva il Real Madrid, che lo acquista per appena cinque milioni di euro. Ci sarebbero Inter e Juventus, ma come ha detto Cassano in un’intervista ad AS qualche mese fa: «Con tutti quei campioni, come potevo dire di no? La verità è che a Madrid si possono seguire due vie: si può stare con la famiglia ed esser professionali, ma se sei single non puoi essere concentrato. Con un contratto di cinque anni alle spalle, sono stato uno stupido».


Forse aveva conquistato il Real già nelle occasioni precedenti in cui la Roma ha affrontato i Blancos in Champions (ben sei nel giro di quattro anni), come quando Cassano segna al Bernabeu portando la Roma momentaneamente sul 2-0. E l’avventura inizia anche bene: gol al Betis in coppa dopo esser entrato da tre minuti, altra rete nel derby di Madrid. Però l’allenatore Juan Ramón López Caro vorrebbe vederlo in una condizione migliore, non quella parodiata da Carlos Latre, comico spagnolo.

Lo chiamano El Gordito (“Il grassottello”, per distanziarlo da Ronaldo, anch’egli in condizioni non eccellenti), ma l’arrivo di Capello nell’estate del 2006 sembra essere una benedizione. Nonostante gli arrivi di van Nistelrooy e del giovane Higuain, Cassano trova spazio all’inizio, segnando anche un gol contro il Levante.


A fine ottobre, il Real lo mette fuori rosa: qualcuno pensa per l’imitazione di Capello da parte dell’attaccante, ma in realtà Cassano ha confessato come 45’ di riscaldamento a Jerez lo abbiano portato al litigio con Capello («Ma aveva ragione lui»). Don Fabio vincerà la Liga e Cassano decide di lasciare Madrid. Vuole tornare sul mare e c’è qualcuno che lo aspetta.

7. Palermo-Samp 0-2, 11 maggio 2008 – Serie A 2007/08

La stagione 2007-08 di Antonio Cassano è la migliore della sua intera carriera per topos narrativo (quella della rinascita: le opere prime sono solitamente le migliori…) e il combinato di gol e assist (9+6, ma se analizzassimo i passaggi chiave e i dribbling riusciti qualunque contenitore statistico impazzirebbe). Un’annata notevole non tanto nelle cifre, bensì pensando a dove Cassano era rimasto appena un anno prima.

La punizione messa nel sette al Barbera – manco fossimo in modalità allenamento-sfida a Pro Evolution Soccer – mette in evidenza un altro fondamentale straordinario nel bagaglio tecnico di Cassano. Mi sono sempre chiesto perché al massimo del suo prime i creatori di videogiochi non gli avessero dato un buon 95 nella precisione del tiro.

Più che la precisione, ha sempre stupito la sua capacità di controllare la potenza da dosare nel pallone. Cassano è capace di piazzare col piatto con fare da giocatore pro di biliardo o sparare una bomba da 25-30 metri. Ha sempre preferito la prima perché è l’esecuzione che più confà il suo gioco, ma entrambe le strade sono sempre state percorribili.


Alla Samp ha trovato il suo eden: il 2008-09 è la certificazione definitiva. 15 gol e 17 assist in una stagione che per il Doria sarà più di rimpianti che di gioie. Le intemperanze non mancano come al solito, ma a Genova le maglie sono più larghe: si è capito che con Cassano si può andare lontano.

8. Samp-Palermo 1-1, 6 gennaio 2010 – Serie A 2009/10

La Lanterna è una purificazione: l’ambiente di Genova – che ha qualcosa della sua Bari, oltre al mare – mette Cassano al riparo da molte distrazioni. Certo, «si può togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo» e quindi non tutto fila tranquillo. Ma Cassano ha piena libertà da Mazzarri di stazionare sull’area centro-sinistra del campo: da lì arrivano tanti assist e diversi gol, con due stagioni consecutive in doppia cifra in A (10+12): mai successo prima e dopo la parentesi genovese.

L’incontro con Gigi Delneri – in arrivo al Doria dopo un ottimo biennio a Bergamo – ha un che di particolare. Per due motivi: a) Delneri ha già incrociato Cassano e ha fallito nel gestirlo a Roma; b) Delneri in un anno riesce a entrare in una categoria a parte degli allenatori avuti da Cassano: quelli che hanno cambiato la considerazione che il barese aveva di loro. E non solo a livello caratteriale.

Quando arriva nell’estate 2009, Delneri deve adattare il suo 4-4-2 alla coppia d’attacco Cassano-Pazzini. A un certo punto, però, qualcosa s’inclina: Cassano finisce fuori dai titolari per scelta tecnica (sebbene si pensi a un litigio) e la sua cessione alla Fiorentina sembra cosa fatta, ma tutto salta all’ultimo. La Samp naviga bene senza Cassano e quando il 99 rientra, lui suggella una gara contro la Juve con un gol da 40 metri.

Il campionato si concluderà con la qualificazione al preliminare di Champions League e Cassano farà ammenda tecnica per la prima volta in vita sua: «Il mister ha fatto le sue scelte e io le ho accettate a malincuore: quando sono rientrato ho dimostrato di poter fare la differenza. All'inizio ero scettico (sulla nuova posizione, più vicina alla porta, ndr), ma poi ci siamo capiti: abbiamo fatto qualcosa di stratosferico».

Nel pieno della sua maturità calcistica, al 28enne Cassano riesce praticamente tutto. Il simbolo di questa completa e assoluta consapevolezza del suo talento è un gol che probabilmente pochi ricorderanno: una rete al Palermo in uno scialbo 1-1.


Se Cassano ha ormai massimizzato il controllo degli spazi (con alcuni passaggi filtranti da “Assist 101”), qui c’è tutto il talento di Cassano nell’utilizzare al massimo le sue risorse. Su di lui c’è il giovane Kjær, a cui rende 15 centimetri. Ma il 99 blucerchiato si avvicina quasi casualmente, sceglie la posizione giusta e usa quella forza nascosta che ha nella parte bassa del corpo (baricentro e delle gambe granitiche) per difendere la sua porzione di campo.

Il danese tenta un salto scomposto, ormai in posizione di debolezza, e cerca un fallo per un contatto troppo veniale. Nonostante Kjær, Cassano è riuscito a stoppare la palla in maniera sufficientemente adeguata: viste le condizioni del contatto, direi ottime. Punta la porta: vorrebbe la soluzione Pazzini, ma Bovo chiude qualunque spazio e allora attende che Sirigu vada giù. Quando vede che anche quest’opzione è preclusa, va con il colpo da biliardo già accennato in precedenza.

Finalmente Cassano ha tutto quello che vuole: un ambiente che lo idolatra in maniera assoluta, un gruppo che lo sostiene, un contesto che lo valorizza al massimo anche dal punto di vista tecnico. O almeno così sembra, fino a una mattina di fine ottobre dove il grado 10 delle “cassanate” viene raggiunto per danni e protagonisti.

9. Fiorentina-Inter 4-1, febbraio 2013 – Serie A 2012/13

Tutto crolla dopo una trasferta a Milano: la Samp ha strappato un punto contro l’Inter di Benitez e ritorna a Bogliasco per allenarsi. Cassano dovrebbe ritirare un premio a Sestri Levante, ma non vuole: scende in campo personalmente il presidente Riccardo Garrone, ma la situazione degenera tra i due e Cassano gli urla di tutto.

Il patron blucerchiato, in un moto di dignità e con un filo di scelleratezza economica (la Samp pagherà di tasca sua per mandarlo via), chiude a Cassano le porte della prima squadra e chiude all’arbitrato un’avventura di tre anni e mezzo. Quando si tratta di svincolati, il Galliani degli anni 2010 non perde tempo e si butta sul barese. Del resto, il Milan è in corsa per lo Scudetto e un rinforzo del genere fa comodo.

Da lì la carriera di Cassano è un roallercoaster emozionale, voluto dal giocatore per disfarsi continuamente dei fantasmi passati in vista di lidi più felici, salvo scoprire che tanto idilliaci non sono. Milano è il set di una sceneggiatura che inizia con un proclama tanto esagerato quanto destinato a rivelarsi falso: «Sono sicuro che qui sarà la mia ultima tappa: sopra il Milan c’è il cielo. È l’ultima occasione: se sbaglio, sono da manicomio».


Le cose procedono bene per un anno: Allegri gestisce Cassano, lo alterna con Pato, Robinho e Ibrahimovic. Lo stesso svedese si scomoda in qualche carezza mediatica: «Tevez? Mi manca Cassano, non Tevez. Con lui diventa tutto più facile: gioca da seconda punta e riesce a darti il pallone da posizione impossibile». La partenza col botto del 2011-12 (sette assist e tre gol) viene bloccata però da un problema al cuore.

Ci vogliono un’operazione e sei mesi di recupero per tornare in campo, giusto in tempo per conquistarsi la “10” dell’Italia a Euro 2012, dove Cassano forma un coppia bella e maledetta con Balotelli. Ma qualcosa in casa Milan non va: a sorpresa arriva uno scambio tutto milanese, con Pazzini in rossonero e Cassano all’Inter. A posteriori, una trattativa che non ha giovato a nessuno.

Altra presentazione, altro round di scuse (oltre al solito cielo): «Ho detto che se sbagliavo, sarei stato da manicomio, ma non ho sbagliato io… non c’entrano giocatori o allenatori, ma qualcuno più in alto. Non voglio dire neanche il nome (Galliani, ndr): devo ringraziare i tifosi e l’ambiente, ma lui no». Con il contratto in scadenza nel giugno 2014, il barese avrebbe voluto un rinnovo mai arrivato.

I primi tre mesi dell’Inter 2012-13 sono da sogno: la squadra vola, mostra un calcio divertente (più grazie ai suoi fuoriclasse che per una vera struttura di gioco) e si toglie lo sfizio di violare lo Juventus Stadium per 3-1. Lì c’è l’apice di Stramaccioni all’Inter, con il sogno che perde vigore nel girone di ritorno: un disastro da 19 punti in altrettante partite, che valgono il nono posto finale.

Il rapporto tra tecnico e Cassano – inizialmente ottimo, come dimostra una parodia dello stesso allenatore – si rovina verso marzo, complice un diverbio quasi finito alle mani. Il tentativo di ridimensionare quanto uscito dallo spogliatoio di Appiano Gentile è forse peggiore anche della lite in sé, ma l’unica notizia buona per Cassano è che non ha (ancora) perso il meglio del suo repertorio.


Prendiamo questo gol contro la Fiorentina: dicevamo sopra del Cassano da biliardo, ma qui l’attaccante tira fuori una discreta legnata dalla distanza in una partita ormai chiusa, ma utile per ricordarci come le possibilità di Cassano siano più di quelle che sembrano ormai conosciute.

Nonostante i ponti rasi al suolo a Milano e un’operazione al cuore, il 99 ha comunque collezionato un’altra annata da 15 assist in tutte le competizioni: è il segnale che l’attaccante può ancora esser utile, se saprà tenere a bada certi comportamenti e sarà inserito in un contesto a lui congeniale. E la chance arriva.

10. Chievo-Parma, 21 settembre 2014 – Serie A 2014/15

L’ultimo Cassano di alto livello si è visto in gialloblu. Stanco della Milano che non lo capisce (e forse le due società meneghine lo erano altrettanto di lui), Cassano fugge nella tranquilla Parma. Una piazza che per molti tratti – tra cui storia e ambiente – si può associare alla Samp, nonché per un gemellaggio che dura da molti anni.

Saranno solo delle coincidenze, ma Cassano torna quello visto a Genova. I suoi movimenti sono cambiati e avere 31 anni non è come averne 25, ma al Tardini incanta. Cambia anche un filo il suo modo di giocare, con FantAntonio più vicino alla porta e meno sul centro-sinistra: forse Cassano ha compreso che non ha più la stessa resistenza atletica di un tempo e deve adattarsi.

Il 2013-14 è un anno magico: il Parma finisce in Europa League (salvo poi vedersela revocare per la mancata licenza), Cassano segna 12 gol (di cui tre al Milan) e si guadagna il primo Mondiale della sua vita. Molto è dovuto anche al legame con Donadoni, uno degli allenatori che ha saputo gestire meglio il talento di Bari Vecchia.

La “zona Cassano” c’è sempre.

Dopo l’estate, tutto è cambiato. Le ultime due annate di Cassano sono state grigie, quasi incolori: i primi gol con il Parma, la decisione di lasciare il capoluogo emiliano di fronte alla confusione societaria, i sei mesi di stop, la voglia di tornare nella Genova blucerchiata prima stoppata e poi accettata. In realtà, il ritorno alla Samp è una manovra di Ferrero per recuperare credito dopo una precoce eliminazione in Europa League.

I contrasti con Zenga non hanno giovato: in fondo, l’Uomo Ragno non ha mai veramente voluto Cassano. Con Montella c’è stato qualche guizzo, ma si è visto come l’inattività forzata avesse condizionato la forma del 99, incapace degli scatti e delle accelerazioni di Parma. E così siamo arrivati all’epilogo finale, forse il più triste.


Titoli di coda

A oggi, Antonio Cassano è un giocatore della Samp solo pro-forma. La società ha fatto rimuovere la sua foto dal sito ufficiale e Ferrero sperava di potersi liberare di un asset usato prima come inganno mediatico per i tifosi e poi ostacolo da rimuovere. Il tutto è nato dopo l’ultimo derby, quando Cassano ha avuto un’accesa discussione con Antonio Romei (braccio destro di Ferrero, seppur assente nell’organigramma della società).

La società forse sperava nella possibilità di liberarsi facilmente di un 34enne con velleità di campo, ma Cassano è cambiato. Anche personalmente. Una volta avrebbe combinato una delle sue e se ne sarebbe andato. Oggi no. Intendiamoci, fa sempre di testa sua, ma in questa vicenda si è comportato in maniera diversa dal solito.

Un comportamento intravisto già a Parma, quando ha optato per la rescissione del suo contratto con questa motivazione: «Ci sto rimettendo quattro milioni di stipendio, ma non sono i soldi il problema. Non lo sono per me: la cosa brutta è che ci sono persone che guadagnano molto meno e non prendono un euro da sette mesi».

Invece di accettare una delle tante proposte arrivate sul suo tavolo durante quest’estate – Palermo, Pescara, Cina, Emirati, persino un posto da dirigente in blucerchiato – Cassano è rimasto coscientemente a Genova, anche con la prospettiva di rimanere fuori squadra. Il nuovo allenatore Giampaolo ha dato il benestare alla sua uscita, ma FantAntonio non la pensa alla stessa maniera: sembra disposto a rimanere a Bogliasco anche solo per allenarsi (almeno secondo quanto riferito dalla moglie, una sorta di social media manager del 99).


Non più di qualche mese fa, a febbraio, Cassano la pensava così: «Se sto bene, gioco altri due anni. Se invece non fossi in condizione o non mi divertissi più, lascio perdere». In mezzo però c’è la Samp, l’unico club che forse ha realmente amato nella sua vita. E una voglia di vivere a modo suo che non va mai via, anche quando non gli conviene.

Vengono mente ancora quelle note: «Mi piace scivolare fuori / da ogni calcolo / per riportarmi in riga / servirà un miracolo». E i miracoli non sono fatti per i titoli di coda.

18 ottobre 2016

La fretta è cattiva consigliera.

Otto punti in altrettante gare di Serie A. La vittoria manca da agosto, quando la Samp ne mise via due prima di tornare dalla prima pausa internazionale. Dopo l'1-1 di Pescara e quello casalingo contro il Palermo, la tentazione sarebbe quella di buttare tutto all'aria: Marco Giampaolo, la squadra, i giocatori. Specie con il derby in arrivo.

Marco Giampaolo, 49 anni, già a rischio. Dopo sette giornate.

La partita di Pescara forse esemplifica più di qualunque altra queste difficoltà. Difficoltà che viaggiano su due linee diverse: da una parte l'incapacità cronica di questa squadra di trasformare e concretizzare la buona (se non enorme) molo di gioco prodotta. Un problema che affligge la Samp da inizio settembre e che è dovuto alla giovane età-media della squadra.
La seconda direttrice di problemi viaggia sulle tante ingenuità commesse in fase difensiva, dove la Samp non può esser perfetta - ci vorrà tempo, anche per il problema della gioventù (vedi sopra) - ma può essere sicuramente migliore di così. Specie se il calendario finora non è sembrato particolarmente proibitivo, mentre da qui in poi sarà più complicato.
Il comportamento che più stupisce è quello della società. Una società che forse non ha la minima idea di quello che sta combinando o di quel che vuole. Prima si è confermato Montella nonostante otto mesi deficitari; poi l'addio dell'Aeroplanino tentato dal Milan e la scelta di Giampaolo (che, confermo, non avrei scelto a luglio). Ora siamo alla follia.
Oltre alla rivoluzione dirigenziale (in arrivo Pradè, quasi un avvertimento per Osti e il suo operato), c'è Massimo Ferrero. Che ha tanti difetti, ma due principali. Il primo: non capisce granché di calcio, come ha spesso ammesso. Il secondo: parla. Tanto, troppo, spesso a proposito. Un giorno parla di Giampaolo come un maestro, quello dopo circolano voci di esonero.
La verità è che sappiamo tutti come si può chiamare un signore di questo tipo: a Roma direbbero "paraculo". Nulla di nuovo. Però con uno così, anche chi era contro la scelta di Giampaolo deve difenderlo almeno per coerenza: come si può pensare che un "maestro" insegni ai propri alunni tutto in tre mesi?
Solitamente un anno scolastico dura il triplo. Capisco che Ferrero forse abbia saltato la scuola dell'obbligo, ma bisogna misurare le proprie parole.

Attenzione però al tiro al piccione.

Dal canto suo, Giampaolo continua a lavorare, ma deve correggere alcuni errori di integralismo. Come ha rimarcato Davide Piasentini su SampNews24: «Non c’è mai una alternativa, un piano B o, perlomeno, delle idee nuove derivanti da una lettura attenta della gara. In poche parole il mister fa un fatica immensa ad uscire dal suo integralismo tattico».
E mentre il mister sottolinea come Antonio Cassano (sì, il 99) «è intelligentissimo: fiuta le cose prima degli altri e capisce molto di calcio, tanto è vero che può diventare un grande allenatore», qualche parola va spesa anche sui giocatori che finora sono scesi in campo in questo primo scorcio di stagione.
L'entusiasmo di settembre si è spento di fronte a prestazioni poco concrete, nelle quali si sono buttati diversi punti per ingenuità individuali (Cagliari), imprecisione (Pescara) o sfortuna (Palermo!). Punti che peseranno nell'arco di un campionato di una squadra che non è una diretta candidata alla retrocessione, ma che deve anche guardarsi le spalle.
Con l'aiuto degli xG osservati da Alfredo Giacobbe per L'Ultimo Uomo, vi potrete accorgere come la Samp in queste prime sette gare (non è conteggiata quella di Pescara) abbia una differenza reti più pesante rispetto a quanto l'indice statistico evidenzierebbe. Ergo c'è stato qualche errore da aggiustare: un dettato abbastanza fisiologico nell'arco di una stagione.
Ora però c'è il Derby della Lanterna e il rischio licenziamento per Giampaolo - a quanto pare - non è del tutto accantonato. Viviano si è infortunato e sarà out per qualche tempo, lasciando al portiere-tifoso Puggioni l'onere di giocare questa delicata gara. Dopo ci saranno Juve, Inter, Fiorentina e Sassuolo. Lo dico prima: la fretta è cattiva consigliera.
Ricordiamocelo in questo lungo mese di calcio.

I tifosi della Samp attendono la vittoria dall'agosto scorso.